L´offerta "corruttiva" al consulente del pm è intralcio alla giustizia ex art. 377 c.p.

L´offerta "corruttiva" al consulente del pm è intralcio alla giustizia ex art. 377 c.p.

Con una recentissima pronuncia le cui motivazioni debbono ancora essere depositate, la Suprema Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite (udienza 25.9.2014) sembra aver risolto un´annosa questione attinente la punibilità del soggetto che offre danaro o altra utilità al consulente tecnico incaricato dal pubblico ministero durante le indagini preliminari - il quale non accoglie l´istigazione - al fine di ottenere il compimento di una falsa consulenza.

La questione è stata inizialmente affrontata dalle Sezioni Unite Penali con pronuncia n. 43384 del 27.6.2013: la Suprema Corte ha in primis escluso la configurabilità del reato di corruzione in atti giudiziari ex art. 319 ter c.p. in considerazione dell´insussistenza dell´accordo corruttivo, mai perfezionatosi in quanto il consulente tecnico del pubblico ministero in questione aveva immediatamente provveduto a denunciare il fatto.

Parimenti, secondo gli ermellini non si sarebbe potuto configurare il reato di istigazione a commettere falsa conulenza (artt. 115 e 380 c.p.), posto che il mancato accoglimento dell´istigazione da parte del consulente condurrebbe alla non punibilità del soggetto agente ex art. 115 c.p.

La rilevanza penale della fattispecie si è giocata sull´applicabilità o meno di due distinte disposizioni: l´istigazione alla corruzione ex art. 322 II comma c.p. e l´intralcio alla giustizia di cui all´art. 377 c.p.

In riferimento a quest´ultima ipotesi, la Suprema Corte con la pronuncia del 2013 ha delineato entro quali limiti è possibile sussumere la fattispecie concreta nella norma incriminatrice in questione.

La Corte ha, innanzitutto rivelato come secondo l´interpretazione maggioritaria di dottrina e giurisprudenza, il "consulente tecnico" indicato nell´art. 377 c.p. non sia il consulente del PM, bensì il consulente tecnico incaricato dal giudice civile nel processo civile.

Anche a voler superare la suddetta obiezione, ai fini dell´applicabilità dell´art. 377 c.p. al caso di specie, la Corte focalizza l´attenzione sui "reati scopo" cui l´offerta corruttiva al consulente del PM deve essere preordinata secondo la norma in questione, ovvero la falsa perizia (art. 373 c.p.), la falsa testimonianza (art. 372 c.p.) e le false informazioni al PM (art. 371 bis c.p.).

La configurabilità, nel caso di specie, di un´offerta corruttiva volta ad ottenere una falsa perizia (art. 373 c.p.) è da escludersi: l´art. 373 c.p. fa infatti riferimento alla sola ipotesi di falsità della perizia, ovvero dell´elaborato redatto dal perito nominato dal giudice. Diversa è l´ipotesi di falsità di quanto frutto dell´attività del consulente tecnico del PM, soggetto diverso e ben distinto dal perito. L´applicazione analogica di quanto statuito ex art. 373 c.p. non sarebbe infatti possibile in ragione del principio di stretta legalità di cui all´art. 2 c.p.

La Corte si è così interrogata sulla possibilità di sussumere il caso in esame nella fattispecie di cui all´art. 377 c.p. in riferimento alla falsa testimonianza (art. 372 c.p.) o alle false informazioni rese al PM (art. 371 bis c.p.). Sebbene il reato di falsa testimonianza sia, in linea generale, configurabile esclusivamente qualora il soggetto in questione abbia già assunto la veste di teste ovvero sia già stato chiamato a rendere la deposizione, nel caso del consulente del PM tale qualifica si ritiene immanente al suo ruolo. La Corte precisa, infatti, che il consulente del PM riveste una precisa veste processuale potenzialmente destinata a refluire sull´assunzione di qualità di testimone come necessario sviluppo processuale della funzione assegnatagli. Le predette considerazioni valgono, tuttavia, per le sole dichiarazioni afferenti circostanze di fatto oggettivamente considerate, dovendosi escludere l´assunzione della veste di teste in capo al consulente in relazione ad aspetti meramente valutativi che, in quanto tali, non sono suscettibili di essere veri o falsi.

Secondo gli ermellini, le circostanze sulle quali era stato chiamato ad offrire le proprie considerazioni il consulente tecnico del PM in questione, non si esaurivano in un rilievo di natura oggettiva, bensì implicavano valutazioni di natura tecnico-scientifica non suscettibili di un apprezzamento in termini di verità - falsità. Ragion per cui nel caso de quo il consulente non avrebbe potuto rivestire la qualifica di testimone.

Esclusa così la possibilità di sussumere il caso di specie nell´ipotesi di intralcio alla giustizia volta a favorire una falsa testimonianza o false informazioni al PM, la Corte si interroga circa l´applicabilità alla fattispecie in esame del disposto di cui all´art. 322 II comma c.p., ovvero l´istigazione alla corruzione.

La soluzione positiva ipotizzata dalla Corte incontra, tuttavia, profondi dubbi sulla legittimità costituzionale di tale scelta, soprattutto con riferimento al principio di uguaglianza di cui all´art. 3 Cost.

Da un punto di vista sistematico, gli ermellini evidenziano come la norma incriminatrice in questione (art. 322 c.p.) abbia portata generale rispetto all´art. 377 c.p., sia in riferimento al soggetto passivo del reato (che nella prima ipotesi è il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio generalmente inteso, mentre secondo l´art. 377 c.p. fra i soggetti passivi rientra espressamente il consulente tecnico), sia in riferimento alla finalità dell´azione criminosa. Non a caso, evidenzia la Corte, le due disposizioni in questione si trovano in due distinti titoli del codice penale, rispettivamente nei delitti contro la pubblica amministrazione l´art. 322 c.p. e nei delitti contro l´amministrazione della giustizia l´art. 377 c.p.

A ciò si aggiunge come il trattamento sanzionatorio nell´ipotesi di proposta corruttiva avanzata nei confronti del perito nominato dal giudice o nei confronti del consulente tecnico che rivesta la qualità di testimone (fattispecie cui è applicabile l´art. 377 c.p.) sarebbe sensibilmente meno gravoso rispetto al caso di istigazione alla corruzione del consulente del PM, sanzionato ex art. 322 II comma c.p.

Proprio per tale ragione le Sezioni Unite hanno investito la Corte Costituzionale affinchè si pronunciasse circa la legittimità costituzionale dell´art. 322 secondo comma c.p.

Con sentenza n. 163/2014 la Corte Costituzionale nel dichiarare inammissible la questione, ha tuttavia fornito la propria interpretazione della questione in esame.

Il giudice delle leggi ha ripercorso il ragionamento logico della Suprema Corte, rilevando innanzitutto come l´inapplicabilità del disposto dell´art. 380 c.p. al caso di specie debba essere ravvisato nella qualifica soggettiva di pubblico ufficiale rivestita dal consulente del PM: il consulente di cui all´art. 380 c.p. è, infatti, il tecnico della parte privata, posto che l´attività svolta dal consulente dell´accusa non può essere definita come "attività di parte". Il consulente del PM in qualità di pubblico ufficiale è tenuto a perseguire l´interesse pubblico di addivenire alla conoscenza della verità, riflettendo i doveri di terzietà ed imparzialità propri del ruolo del PM che gli ha conferito l´incarico.

Prosegue la Corte rilevando che nel caso in esame il consulente del PM si sarebbe ben potuto rendere responsabile del reato di falsa testimonianza e di false dichiarazioni al PM, posto che le circostanze oggetto di valutazione sarebbero state passibili di un accertamento obiettivo scevro da valutazioni di natura soggettiva.

Il giudice delle leggi si è pronunciato dichiarando inammissibile la questione in quanto l´equiparazione quoad poenam del trattamento sanzionatorio previsto per la proposta corruttiva avanzata al perito (artt. 377 e 373 c.p.) all´ipotesi di subornazione del consulente tecnico del PM sarebbe lesiva dei principi di uguaglianza e ragionevolezza. La disparità di trattamento sanzionatorio deve sussistere in ragione della maggior gravità del caso della subornazione del perito, tenuto a riferire le proprie valutazioni al giudice, mentre è meno grave l´ipotesi di chi offre danaro a colui che è tenuto a riferire informazioni al PM, in ragione del diverso valore probatorio delle dichiarazioni stesse.

A fronte del rigetto operato dal giudice delle leggi, le Sezioni Unite penali sono tornate sul caso in questione con la pronuncia resa all´udienza del 25.9.2014 che ha ritenuto configurabile il reato di intralcio alla giusitizia ex art. 377 c.p. nel caso di offerta o promessa di denaro al consulente tecnico del PM al fine di influire sul contenuto della consulenza.

Così facendo la Suprema Corte ha operato un "ripensamento" circa l´applicabilità al caso in esame della fattispecie criminosa di cui all´art. 377 c.p., anzichè del disposto di cui all´art. 322 c.p. E´, infatti, ragionevole ritenere che gli ermellini abbiano inteso aderire all´osservazione svolta dalla Corte Costituzionale circa l´obiettività dell´accertamento che è stato chiamato ad effettuare il consulente tecnico del PM in questione, riconoscendo così in capo allo stesso la veste di testimone, il che consente l´incriminazione dei soggetti attivi del reato ex art. 377 c.p.

9 Ottobre 2014